Tutti i presupposti per una PA semplice e innovativa

Tra i settori che oggi necessitano di un ammodernamento profondo, quello della Pubblica Amministrazione è sicuramente uno dei più urgenti. Non solo perché se lo Stato è un’automobile, la PA ne è il motore, ma sopratutto perché oggi più che mai i cittadini hanno un estremo bisogno di servizi all’avanguardia.

Nei palazzi del governo, diverse squadre di esperti sono impegnate a portare avanti un pacchetto di “prodotti” decisamente interessanti, perlomeno sulla carta: da Italia.Login, la casa digitale del cittadino, che comprende il Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID) e l’Anagrafe Unica, ai portali che favoriscono la trasparenza, come Soldipubblici o Opencantieri. È insomma un progetto d’ampia portata, quello che Paolo Barberis, consigliere per l’Innovazione del Presidente del Consiglio, definisce un “ecosistema digitale sostenibile, a prova di futuro“.

Ho avuto occasione di ascoltare l’onorevole Paolo Coppola, presidente del Tavolo sull’Agenda Digitale, in un recente incontro dedicato proprio alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Mi sono segnato qualche punto della sua trattazione che ritengo significativo, e pertanto lo condivido con chi mi legge.

– Il digitale ha portato ad un fenomeno nuovo per quanto riguarda la trasmissione delle conoscenze: un tempo gli anziani trasmettevano le conoscenze ai giovani. Oggi accade in buona parte il contrario.

– È da decenni che proviamo ad innovare la Pubblica Amministrazione. Già nel 1979/1980 possiamo ritrovare tracce di iniziative volte ad ammodernare la Pubblica Amministrazione in un rapporto dell’allora ministro Giovannini. Perché allora nulla è stato fatto?

Due i fattori significativi, in ordine di importanza crescente:

1) la mancanza di competenze specifiche per l’attuazione concreta di politiche innovative,

2) l’abitudine a parlare di digitale come una sorta di magia. Un qualcosa che basta solo “mettere”, introdurre (si pensi, a titolo d’esempio, all’introduzione delle LIM nella scuola che passa come l’aver digitalizzato la scuola). No, non basta.

– Digitalizzare non vuol dire “mettere”, ma cambiare (mentalità in primis). All’impiegato con una comprovata esperienza pluriennale non gli si può imporre un cambiamento dall’oggi al domani senza fornirgli un supporto sul significato (spiegando lo scopo di quello che sta accadendo, mostrandone le potenzialità e i benefici tangibili), ed un supporto dal punto di vista delle competenze da acquisire. Ad oggi, ad opporre resistenza al cambiamento è troppo spesso la paura e la diffidenza.

– La digitalizzazione abilita la simmetria informativa: se io so una cosa e tu no, io ho un potere che posso esercitare su di te. Ma se l’informazione di cui stiamo parlando è pubblica, pubblica deve essere, e ciascuna parte coinvolta nella gestione (attiva o passiva che sia) di tale informazione, deve poter avere la possibilità di accedervi, con facilità e con efficacia.

– Il digitale non elimina la corruzione. Ma con una buona digitalizzazione la corruzione diventa molto molto più difficile.

– Digitalizzare una Pubblica Amministrazione non significa rinnovare i computer degli uffici, aggiungere qualche oggetto tecnologico, o altre cose del genere. Ben presto, questo si rivela un approccio fallimentare. L’ammodernamento reale e capace di portare benefici nel tempo, prevede una riorganizzazione profonda dell’intera struttura delle amministrazioni pubbliche, a partire dagli “aspetti umani”, nei confronti dei quali, da trent’anni a questa parte, abbiamo dedicato sempre troppo poca attenzione.

– Sul tema riguardante l’accesso ai dati ci si sta lavorando in parlamento. Per quanto riguarda il Freedom of Information Act (FOIA) ci sono essenzialmente due fazioni al Governo. La fazione numero uno ritiene che la legge 241 (legge che regola l accesso ai dati amministrativi) sia ottima così com’è, e pertanto non si rivela necessario apportargli nuove modifiche. La fazione numero due invece sostiene che la legge su cui discutere sia la numero 33/2013 (legge trasparenza). Al parlamento è in corso una normale dialettica tra i parlamentari che ci stanno lavorando (tra gli altri, in particolare, Paolo Coppola e Anna Ascani).

– Alcuni lavori scompariranno, e non solo nel settore pubblico. È un dato di fatto. Qual è il ruolo del software e delle macchine in questo caso? Il software dovrebbe essere colui che si occupa dei processi ripetitivi. Oggi lavoriamo per un software che sia usabile tanto sul fronte dell’uomo quanto sul fronte delle macchine. Ciò significa che è fondamentale che l’utente che si appresta ad utilizzare un servizio della PA, deve assolutamente avere a che fare con un sistema semplice ed efficace. Ma oggi è ancora più importante che i software siano pensati per far dialogare in maniera semplice e funzionale le macchine che li supportano. Alle macchine (governate da software) lasciamo l’onere di occuparsi dei processi ripetitivi (caricare dati, confrontarli, estrarli, renderli accessibili ad altri sistemi e così via).  Mentre a noi, restano in mano quei lavori ad alto tasso di conoscenza e di creatività.

I presupposti sono buoni, e poiché da sempre la differenza la fanno le persone, per quel che vale, ho fiducia nelle persone che oggi si stanno occupando di queste cose al Governo.

Credo che ancora però manchi un progetto formativo reale e distribuito per tutta la nazione. Se da decenni ci siamo dimenticati di lavorare sulle competenze e sulla mentalità comune, oggi non possiamo più permetterci di continuare a dimenticarcene. Se di occasioni in passato ne abbiamo avute, questa è forse l’Occasione prima, ma anche ultima, di fare un salto oltre l’ostacolo.


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Lavoro e digitale, Coppola (Pd): “Adesso aiutatemi a cambiare l’Italia”

abstract:

Con l'automazione che avanza, il rischio di aumento delle tensioni sociali è molto alto. Come fare per ridurre al minimo queste tensioni? Come dobbiamo attrezzarci per trarre dalla rivoluzione digitale in atto il massimo beneficio riducendo al minimo i rischi? L’unica possibilità è anticipare, accelerare più di loro, costruire il futuro, ma per farlo occorre passare dalla retorica della magnificazione del digitale alla concretezza delle politiche per aiutare il nostro Paese al salto culturale.

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Matteo Troìa / 2019