Il parere di Platone, 24 secoli fa

Talvolta, nell’affannarsi a rincorrere quel futuro irrinunciabile ed irresistibile che ci propongono in ogni dove, le risposte alle domande che ci poniamo tardano ad arrivare. Potessimo guardarci dall’alto, assomiglieremmo a milioni di formiche indaffarate a discutere, a confrontarci, a litigare, a comprendere, a imporre il nostro pensiero e tendenzialmente ad ascoltare poco quello altrui. In ogni caso assomiglieremmo a schegge impazzite, frenetiche, succubi della frenesia di questo secolo.

Quel che vi propongo io invece è di rallentare, decelerare man mano fino a fermarsi all’istante presente. A quel punto vi invito a voltarvi indietro e a compiere un salto di almeno 24 secoli fa. Duemilaquattrocento anni all’indietro nella Storia.

Platone faceva uscire in tutte le librerie (si fa per dire), il Simposio, un “capitolo” dei trentaquattro che componevano una delle più importanti produzioni platoniche, i Dialoghi.

Nel Simposio, Platone fa parlare diversi personaggi, chiedendo loro di esporre la propria teoria su Eros, il dio dell’amore.

Il quarto protagonista di questa “novella”, è un tale Aristofane, che per esporre il proprio parere sull’amore racconta quello che passò alla storia come il mito dell’androgino.

Tempo addietro – espone il poeta – non esistevano, come adesso, soltanto due sessi (il maschile e il femminile), bensì tre, tra cui, oltre a quelli già citati, il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. In quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due teste, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali ed erano tondi. Per via della loro potenza, gli esseri umani erano superbi e tentarono la scalata all’Olimpo per spodestare gli dei. Ma Zeus, che non poteva accettare un simile oltraggio, decise di intervenire e divise, a colpi di saetta, gli aggressori.

Ma ecco che finalmente Zeus ebbe un’idea e disse: “Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere, rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi.

In questo modo gli esseri umani furono divisi e s’indebolirono. Ed è da quel momento – spiega Aristofane – che essi sono alla ricerca della loro antica unità e della perduta forza che possono ritrovare soltanto unendosi sessualmente. Da questa divisione in parti, infatti, nasce negli umani il desiderio di ricreare la primitiva unità, tanto che le “parti” non fanno altro che stringersi l’una all’altra, e così muoiono di fame e di torpore per non volersi più separare.

[fonte: Wikipedia]

Già Platone quindi, ammetteva due tipologie d’amore. Quello eterosessuale, se le due metà formavano inizialmente un’unità composta da un uomo e da una donna, e quello omosessuale, se in principio quell’unità era composta da due soli maschi o da due sole femmine.

Il nostro Paese ha dato il via libera alle Unioni civili. Al di là dell’aver regolamentato la giurisprudenza in merito (seppur in maniera probabilmente parziale ed imperfetta), abbiamo dato prova di voler perlomeno rispettare un sentimento profondo; non una moda del momento, ma un qualcosa che esiste da quando abbiamo imparato a volerci bene.

Un desiderio e una ricerca dell’intero, a cui già Platone, 24 secoli fa, dava il nome di amore.

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Matteo Troìa / 2019