Caro Lorenzo

Caro Lorenzo, ti parlo e non mi senti, o almeno è quello che credo.

Non so se a non sentirmi sei più tu, o le sorde orecchie di chi ha deciso questo per te. Nel vano tentativo di scegliere un perché all’accaduto, provo a scomodare due fronti dell’esistenza umana: quello emotivo dei sentimenti, e quello più rigido dei ragionamenti. Da entrambe le parti non ricevo un aiuto in grado di decifrare il significato della tua scomparsa, improvvisa e decisamente prematura. Metto a tacere le ipotesi che faccio dicendomi che un senso pur ci sarà, ma forse non ci è dato coglierlo entro questi confini terrestri.

Io non so che scuola facevi. Non so che tipo eri. Sicuramente basterebbe un po’ di ricerca in Rete per approvvigionarmi di qualche tua informazione. Non credo che così facendo cambierebbe qualcosa. Mi è bastato sapere che sei un mio coetaneo, anno più anno meno. Mi è bastato realizzare che con te, si sono spenti sogni, progetti, talenti e potenzialità che custodivi gelosamente nella tua anima.

Vedi Lorenzo, mi fai pensare. Mi fai pensare a tante cose, e sono certo che ti chiederai il perché, semmai leggerai queste righe informali. Mi fai pensare a quanto precaria sia la nostra vita, tutto sommato legata ad un filo invisibile sul quale siamo chiamati a restare quanto più possibile in equilibrio. Mi chiedo quale fosse il programma della tua giornata, quella mattina. Mi chiedo che sogni avevi. Mi sarebbe piaciuto sentirti suonare la chitarra.

Ma ora non sei qui.

Il filosofo Epicuro, proponeva di concepire la morte come “privazione di senso” e diceva di non temerla “perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo piú”. Per quanto ogni filosofia sia interpretabile e vada contestualizzata, l’invito del filosofo per quanto possa sembrare banale la sua affermazione, è quello di cogliere il vero e profondo significato della propria esistenza, potendo dunque sentirla scorrere tra le dite, potendola tastare, sentire, indirizzare e modellare. Non a caso Epicuro cita la frase che ho riportato nella “Lettera a Meneceo“, meglio nota come “Lettera sulla felicità”. Ma come possiamo ragionevolmente accostare la morte alla felicità?

Ora che non sei più qui Lorenzo, ci lasci una grossa responsabilità: credere con maggiore entusiasmo nei nostri sogni. Ci lasci giorni da vivere: i tuoi il destino li ha ridistribuiti in altre persone. Mannaggia Lorenzo, se non riprendo a sentire la mia vita tra le mani mi verrebbe quasi da pensare che anch’io dovrei meritarmi meno di quello che ho. Mi sento parte di una generazione che ha molto: molte più comodità, molti più strumenti, molte più occasioni, molte più chance, molte più scappatoie, molte più scuse, molti più motivi per lamentarsi, molti meno sogni, molte più cose. Ma sento che in una cosa noi giovani pecchiamo clamorosamente: nel non tentare di essere felici. Abituati al tutto, ci accontentiamo del niente. Quando il niente però è uno stato irreversibile Lorenzo, ci si può fare bene poco.

Ti ringrazio dunque per ricordarmi indirettamente di essere contento della vita che ho, di ciò che sono e ciò che ancora posso fare. Ti ringrazio di ricordarmi che la felicità è un atteggiamento quotidiano, una predisposizione, una cura che dobbiamo ricordarci di avere verso noi stessi e verso gli altri. Il dolore che lasci non va sminuito. Sono sicuro che hai lasciato un vuoto incolmabile nella vita di alcune persone. Ma pur non conoscendoti, credo che ti darai da fare affinché chi alloggia qui ancora per un po’, possa ritrovare la serenità perduta.

Permettimi Lorenzo di far arrivare le parole che seguono ai tuoi amici, quelli a te più vicini. Mi auguro che sappiate stringervi in un abbraccio sincero, quelle strette in cui non si può fingere e in cui si sprigiona calore. Perché in momenti come questi, più che tante parole, credo che occorra calore. Calore umano. Calore di pelle contro altra pelle e di corpi disegnati per incastrarsi l’uno con l’altro, nell’ansa accogliente di una spalla amica. Da quando non abiti più qui, ci stai ricordando che una volta in più nelle nostre giornate dovremmo essere capaci di guardarci in faccia, sorriderci, allungare un braccio e scambiarci un gesto d’affetto.

Sei per tutti noi, motivo per riscoprirci nell’essenzialità di quella manciata di valori che legano le persone.

M’auguro che tu riesca ancora ad esserci tra di noi. Non sarà la tua assenza fisica a farci dimenticare di te. Abbiamo da oggi, tutti noi, il dovere morale di sorridere alla vita in tuo ricordo.

Un saluto affettuoso, Lorenzo…

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Matteo Troìa / 2019