S di sogni, S di Samantha

Diverse volte da un po’ di tempo a questa parte preferisco studiare nella biblioteca della mia città, luogo piccolo e silenzioso che in qualche modo mi concilia lo studio. Oggi di nuovo. Riempio lo zaino con quelle centinaia di pagine che devo preparare per il prossimo esame, e mi dirigo tra le silenti stanze della biblioteca. Mi avvio nella stanza dove pare esserci poca gente, mi affaccio, incontro una persona giovanissima intenta a sfogliare qualche libro, le chiedo se posso condividere una parte della scrivania senza disturbarla, si dimostra accondiscendente, mi sistemo e accendo il computer. Mentre ero intento a pensare a come organizzarmi lo studio mi interrompe, lei, la persona giovanissima vestita con una camicia bianca dove riporta uno stemma con scritto “Istituto Aeronautico e Meccanico”. Penso sia una di quelle divise che ancora, in qualche scuola, obbligano gli studenti ad indossare. Lo trovo un bel segno di appartenenza ad un luogo, in questo mondo di corridori senza fissa dimora. “Tu sei bravo in matematica?” Mi chiede. Un po’ intimorito le rispondo: “ehm, sì, insomma, dipende“. “Avrei bisogno di un aiuto con un paio di disequazioni. La professoressa ce le ha spiegate oggi e non ci ho proprio capito nulla“. Beh, penso io, fino alle disequazioni ci posso arrivare. “Certo, dimmi pure“. Assieme risolviamo le disequazioni. In entrambi i casi era un semplice problema di segno, un meno al posto di un più e viceversa, un dettaglio, che nella matematica vale più del totale, anzi, al totale non ci arrivi proprio, senza quel segno. Rotto il ghiaccio, chiedo un po’ di lei.

Mi racconta che ogni mattina fa cinquanta chilometri per raggiungere la sua scuola, e che appunto, sta studiando aeronautica. Mi confessa che volare è una delle cose che più sogna di fare, ma poi mi spiega che in realtà la sua vera passione è la meccanica del volo. “Mi piace montare e disfare gli aerei, metterci le mani, sporcarmi. E i miei professori mi credono pazza, perché dicono che a fare il pilota ci si guadagna di più, e che sai, una donna meccanica è una cosa un pò fuori dagli schemi” mi dice con l’aria di chi sa il fatto suo e di chi passa oltre a certe dicerie con noncuranza. Mi viene in mente quella famosa frase che forse in questo contesto calza a pennello: “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. Forse lei avrebbe saputo spiegarmi alla perfezione la meccanica di volo del calabrone, confutando o confermando questa frase. Le chiedo quanto tempo ci mette per raggiungere la scuola, mi spiega che al mattino ci mette solo quaranta minuti, sfruttando il passaggio di papà, ma al pomeriggio, dopo otto ore tutti i giorni, per tornare a casa ce ne mette almeno tre. “E non ti pesa tutta questa strada? Tutto questo tempo?” le chiedo curioso. “No, perché è quello che voglio fare, per realizzare il mio sogno devo fare così“. Sorrido. Mi ringrazia esageratamente per averla aiutata con quelle due disequazioni. Mi chiede cosa stessi studiando, le spiego che stavo programmando, mi dice che ha programmato anche lei in passato, e che dare istruzioni ad un computer le piace, ma che preferirebbe di gran lunga smontarlo e vedere come è fatto dentro. Capisco l’indole, ringrazio, ma sorridendo le spiego che il mio computer sta bene così, montato ed intero insomma. Ride, ridiamo. Poi mi dice che deve scappare per prendere il suo terzo mezzo di trasporto che la porterà all’ultima stazione del giorno, dove un passaggio la riporterà finalmente a casa.

Confesso che quasi fino alla fine del nostro incontro credevo fosse un ragazzo, colpevole forse il taglio cortissimo di capelli. Ma poi si alza, e mi colpiscono i suoi occhi azzurrissimi e le sue scarpe col tacco, che porta senza alcuna esitazione. Per un attimo la guardo, e penso a quanto, anche davanti ad uno sconosciuto, questa ragazza aveva dato dimostrazione di tenerci al suo sogno. Così mi risento un po’, ripensando a tutte quelle volte in cui la pigrizia e la non voglia di fare fatica avrebbero potuto prevalere sui miei sogni. Così rubo quella grinta e me la auguro, come la auguro a tutti quegli studenti che hanno ripreso la scuola. Dimostrate ai vostri sogni di avere coraggio, e di avere più forza delle volte in cui le fatiche sembreranno più forti di voi.

Lei, in piedi davanti a me, mi saluta e mi ringrazia ancora. “Scusa, che maleducato, come ti chiami?” le chiedo mentre è già sulla porta. “Samantha” dice lei. Samantha, penso. E studia aeronautica. Che sia un caso? Di certo un nome così le porterà fortuna.

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Matteo Troìa / 2019