Qualcosa di buono e di dirompente

Poco lontano da qui lavorano due operai, chini sulla strada. Martellano e scavano, mescolano e distribuiscono. Poggiano i loro attrezzi per terra, che squillano al contatto con l’asfalto come strumenti musicali. Il rumore del loro lavoro entra dalla finestra aperta e fa una piroetta in soggiorno.

Abbracciato alla sua coda, il gatto della vicina dorme, sul terrazzo. Ha gli occhi chiusi e un respiro cadenzato.

Il cielo è grigio, c’è umidità nell’aria, ma non fa troppo freddo. Da qui a poche ora sarà già buio.

In questo tipico pomeriggio invernale mi accorgo che tra meno di una settimana sarà Natale, non che non mi sia già accorto dell’evento imminente, la frenesia nei negozi è lampante. Ho focalizzato però meglio il Natale nella sua origine più profonda: la celebrazione di una nascita.

Cosa può nascere di buono oggi, con la stessa bontà con cui oltre duemila anni fa nacque il Cristo?

Cosa può nascere di dirompente oggi, con la stessa dirompenza con cui oltre duemila anni fa Cristo ci propose la sua parola?

Sono domande difficili, ma queste domande insistono nella mia mente e si configurano per me come necessarie. È vero, il Natale celebra una nascita già avvenuta, festeggeremo un compleanno che non è il nostro, prenderemo parte ad un qualcosa che riguarda qualcun altro.

Ma non è forse la celebrazione di un evento altrui che spinge gli esseri umani a interrogarsi su se stessi? Non è consueto andare ad un matrimonio da invitati e chiedersi se mai ci si parteciperà da protagonisti? Non è consueto partecipare alla felicità di un amico, ricordando quella volta in cui si è goduto della propria felicità?

Celebrare qualcosa fuori da noi, inevitabilmente ci spinge a guardarci dentro. Così, festeggiare la nascita di Cristo, dovrebbe stimolarci a individuare nuove nascite da festeggiare.

È tempo di dare inizio a qualcosa di buono e di dirompente. Ciascuno di noi lo può fare nella sua vita e nella sua comunità.

Come? Non lo so. Non conosco la strada, ma condivido con chi mi legge cosa metterei nello zaino.

Credo occorra anzitutto una buona dose di pazienza: siamo chiamati a scogliere gomitoli intrecciati e a dipanare questioni complesse. Non ci ascolteranno e molto più spesso si sforzeranno di ascoltarci ma non ci capiranno. Pazientemente dovremo chiedere aiuto a tutta la nostra creatività e al nostro ingegno per trovare forme di comunicazione nuove e sopratutto efficaci. Ne troveremo alcune, falliranno. Allora ne proveremo altre: instilleranno un qualcosa che darà risultati solo sul lungo periodo, saranno un seme che germoglierà ben oltre il momento in cui avremmo voluto vederlo fiorire, per questo dovremo portare pazienza.

Farei scorta di coerenza, che in questi tempi burrascosi è facile perdere. Dovremo essere capaci di scegliere una rotta e mantenerla. Dovremo soprattutto proteggerla dai detrattori, allontanarla dai cinici. Tenteremo giustamente di guidare al largo, ma più ci allontaneremo da riva più i venti soffieranno forti. Vedremo sempre più lontano e sfumato il porticciolo dal quale siamo partiti, ma non ne saremo dispiaciuti, convinti che prima o dopo raggiungeremo la meta. Dovremo stendere una rotta ripercorribile, ma soprattutto riconoscibile. La costruzione del senso passa per la successione di eventi coerenti.

Metterei poi nello zaino uno stile nuovo con cui fare le cose. Un approccio che guardi con riconoscenza al passato ma che non ne sia ancorato, che non abbia il terrore di osare. Guarderei con fiducia al futuro, senza però concentrare là le mie azioni. Il tempo presente è il ring dove siamo chiamati a combattere. Il tempo presente è lo spazio che ci è concesso per far accadere le cose e per rimboccarci le maniche. Ed è qui ed è ora, che proverei a cambiare il linguaggio con cui ci esprimiamo, scegliendo accuratamente le parole, riscoprendone il valore e il peso. Qui e ora inizierei un cammino basato sulla ricerca, sulla comprensione, sullo studio, sul confronto, sull’ascolto, sull’immaginazione, sulla fantasia; in grado di restituire valore alla collettività lentamente (e sottolineo, len-ta-men-te). L’immediatezza sarà pure condizione necessaria per competere nella società di oggi, ma non è di certo sufficiente. Le cose che servono maturano in tempi lunghi.

La sfida, dicevamo all’inizio, consiste nel far nascere qualcosa di buono e di dirompente, come fu in grado di fare Cristo 2000 anni fa. Il Natale potrebbe essere l’occasione per cominciare questo cammino.

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Matteo Troìa / 2019