Lavoro di squadra, trasferimento delle competenze, empatia e cura

Alice ha 10 anni, frequenta la classe quinta di una scuola primaria di un piccolo comune, e venerdì scorso ha partecipato ad una lezione che mi hanno chiesto di tenere a scuola dedicata ai social network. Accetto sempre volentieri queste proposte perché credo nella divulgazione digitale, soprattutto verso le giovani generazioni. Così ho fatto una lezione “a braccio”, cioè senza slide, senza troppa teoria, senza sedermi dietro ad una cattedra ma passeggiando in mezzo ad Alice e ai suoi sedici compagni di classe. Ho proposto loro dieci parole legati in qualche modo al mondo della rete e ai social network. Mi ha sorpreso come quei ragazzi (d’età compresa tra i 9 e i 10 anni) si sono saputi destreggiare con abilità tra parole come “privacy”, “relazione”, “fake news”, “reato”, “dato personale”. Per ciascuna parola abbiamo discusso, ragionato, compreso, argomentato, giocato, pure riso talvolta, e insieme abbiamo costruito un sentiero che unisse queste dieci parole in un unico tragitto logico.

Marco ha 18 anni, frequenta la quinta superiore di un istituto tecnico di Crema, e lo scorso mese assieme ai suoi compagni di classe mi ha ascoltato parlare di intelligenza artificiale e machine learning alla Microsoft House di Milano (progetto Ambizione Italia). In questo caso avevo delle slide, ma avevo anche delle attività pratiche da fargli fare, delle proposte divertenti per capire meglio la materia che hanno permesso di stimolare l’interazione, il ragionamento, il dibattito e il confronto. Ho fatto in modo che si rendessero consapevoli che queste tecnologie di apprendimento automatico che ancora sentono così lontane, sono in realtà parte integrante del nostro quotidiano, permeano i nostri device e moltissimi oggetti che ormai abbiamo in casa. Definiscono le nostre scelte, il nostro modo di stare in rete e quindi il nostro modo di stare al mondo.

Giulia ha almeno 30 anni ed è una designer che ha partecipato ad un’iniziativa promossa dal Team per la Trasformazione Digitale. L’iniziativa è stata intitolata “Citizens of the future / The future of citizens” e aveva come scopo quello di aggregare tutti i designer interessati alla sfida di ripensare alcuni servizi della pubblica amministrazione. La partecipazione è stata elevata e i lavori prodotti dalle singole squadre sono stati valutati e premiati da un’apposita giuria. Non ho partecipato a questa iniziativa, ma ho colto l’entusiasmo che ha generato, l’effetto domino che auspicabilmente ha innescato. Ho percepito nei partecipanti la grinta che nasce da quelle occasioni che ti fanno sentire parte di un progetto grande, dove non ti senti solo. Dalle foto ho intravisto LorenzoFrancesco e Matteo, rispettivamente Content Designer, UI/UX Developer e Chief Product & Design Officer del Team Digitale. Sono certo che hanno trasmesso a Giulia e alle altre sessantanove persone presenti, le loro competenze, la loro visione, il loro entusiasmo, senza aver paura di cedere il loro know-how, ma con la seria intenzione di metterlo a disposizione per costruire qualcosa di nuovo.

La storia di Alice di Marco e di Giulia, apparentemente diverse e lontane tra loro, mi hanno fatto ragionare su una serie di elementi che in quelle tre storie si ripropongono.

  • Il primo elemento riguarda la portata e l’impatto dei progetti che mettiamo in campo. La crescita culturale di un singolo passa necessariamente per la crescita culturale di una comunità. In altre parole, un contesto comunitario favorevole accelera la crescita individuale personale. Un gruppo di persone che condivide gli stessi ideali, le stesse fatiche, gli stessi obbiettivi, impatta con maggiore efficacia sulla realtà circostante. Ma va? Eppure nella mia esperienza professionale ho visto distinguersi (nel bene e nel male) molti più casi isolati rispetto ad aggregati di luoghi e di persone. Ho visto porre la comunità come obbiettivo anziché come punto di partenza. Ho visto progettare per le persone anziché con le persone. Questo approccio ha generato una serie di gratificazioni senz’altro immediate, ma di impatto insignificante o minimo sul sistema.
  • Il secondo elemento riguarda le competenze. Siamo stati inseriti dall’Ocse (nel report OECD Skills Outlook 2019) nel gruppo di paesi con il ritardo digitale più consistente, assieme a Cile, Grecia, Lituania, Slovacchia e Turchia. Diciamoci la verità, lo sappiamo da anni, eppure questo dato non ha fatto altro che peggiorare nel tempo. La cosa sorprendente è che sta aumentando anche un’emergenza competenze sia tra i giovani (sulle competenze «cognitive e digitali» fanno male sia gli under 30 che i 55–65enni) sia la scuola e suoi insegnanti. Che meraviglia: i giovani e la scuola sono piuttosto incompetenti sulle tecnologie digitali. A furia di nasconderci dietro la scusa dei “nativi digitali” abbiamo perso l’occasione di crescere assieme alle nuove generazioni, di imparare assieme a loro i tecnicismi per poi proporgli, in parallelo, i nostri valori. Oggi, quasi nessuno pensa alla formazione: non lo fanno i Comuni che potrebbero impiegare (a costo zero) gli studenti delle proprie scuole per insegnare l’abc dell’informatica ai propri cittadini adulti, non lo hanno fatto i Governi che hanno spesso vantato fantomatici investimenti in innovazione (in banda larga, ad esempio), senza rendersi conto che “solo il 36% degli italiani tra i 16 e i 64 anni è in grado di usare la Rete in modo «vario e complesso». Cioè di andare oltre la semplice navigazione (senza, per questo, spingersi a saper programmare). È la percentuale più bassa tra tutti i Paesi analizzati, la cui media supera il 58%.”
  • Il terzo ed ultimo ragionamento riguarda l’empatia e la cura. L’empatia, secondo Wikipedia, è la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Il significato etimologico del termine è “sentire dentro”, e ad esempio “mettersi nei panni dell’altro”. Quando mi capita di tenere delle docenze mi preoccupa molto di più riuscire a capire come i miei interlocutori hanno bisogno di ricevere il mio messaggio piuttosto che farglielo arrivare e basta. Azzardo un esempio: Matteo Salvini è bravissimo in questo, è empatico, sa comprendere appieno lo stato d’animo degli altri (a patto che siano suoi elettori). Solo che non ha cura. All’empatia deve seguire la cura. La cura verso quella stanza a cui hai potuto accedere, quello spazio intimo che il tuo interlocutore, magari inconsapevolmente, magari perché sei stato bravo, ti ha concesso di visitare. Se comprendo appieno il tuo stato d’animo e non ho cura, prendo il controllo della tua vulnerabilità e faccio di te quel che voglio, ti posso facilmente prendere in giro e muovere a mio piacimento (Matteo Salvini insegna). Se comprendo appieno il tuo stato d’animo e ho cura posso accenderti un fuoco, posso farti venire un’idea, posso mostrarti una visione, posso sperare in un tuo moto di entusiasmo che ti spinge a reagire e a contribuire.

Ho incrociato Alice in piazza e mi ha salutato dicendomi: “tu sei quello dei social!”. E allora ho pensato che forse ero riuscito a trasferire ad Alice e ai suoi compagni un po’ di competenze che gli saranno utili quando navigheranno (e già lo fanno abbondantemente) in rete. L’avermi identificato come “quello dei social”, mi ha fatto pensare che Alice ne abbia parlato con i suoi compagni, o che ne parlerò, raccontando loro quanto ha appreso.

Ho aperto le mail e ne ho ricevuta una da Marco, che mi ha ringraziato per “avergli aperto un mondo che aveva sotto ai suoi occhi ma che non riusciva ancora a riconoscere”, così ho pensato che forse ero riuscito a conquistare la fiducia di quei ragazzi, lasciando loro la consapevolezza di vivere in un’epoca dalle enormi e dalle incredibili possibilità, dove loro ne sono e ne saranno gli artefici e i protagonisti principali.

Ho infine aperto Facebook e “sfogliando” qualche rivista online ho visto che molte persone hanno parlato raccontato e condiviso le sensazioni vissute durante l’ultima iniziativa promossa dal Team Digitale. Ho pensato che è davvero significativo vedere così tante persone soddisfatte per aver lavorato (gratuitamente) per migliorare la pubblica amministrazione italiana. Ho così capito che il lavoro di squadra e il lavoro ben fatto premiano sempre.

Lavoro di squadra, trasferimento delle competenze, empatia e cura.

Sono queste le parole che mi accompagnano in questi mesi.

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Matteo Troìa / 2019