Internet gratuito senza fili

Con un incontro pubblico, a circa ¾ della sua legislatura, l’amministrazione del Comune dove risiedo ha reso conto alla cittadinanza del suo operato in riferimento al periodo 2012/2016. Un incontro per fare un bilancio assieme ai cittadini di quanto è stato fatto.

È stato interessante partecipare. Mi è servito per comprendere diverse cose che non conoscevo: dinamiche e procedure politiche che spesso solamente gli addetti ai lavori conoscono. Comprendere alcuni iter permette al cittadino anche di accettare che alcune cose siano state fatte in un certo modo perché così, volenti o nolenti, andavano fatte.

Durante la serata, qualche battuta è stata riservata al tema del digitale. Il mio Comune, digitalmente parlando, dispone di: un sito internet, una rete wifi gratuita, una pagina di promozione degli eventi culturali del territorio, una pagina legata agli eventi sportivi, e una pagina dedicata al Centro Studi Pier Paolo Pasolini, che però non credo sia coordinata dal Comune, ma immagino venga gestita in autonomia. (Ah, a proposito di digitale e promozione di un brand, date un occhio al sito web dedicato alla Recanati di Leopardi, e date un occhio al sito della Casa Pasolini di Casarsa…).

Non voglio entrare nel merito delle scelte fatte (pur rendendomi come sempre ho fatto disponibile a qualsivoglia tipo di confronto), però mi sento in dovere di fare alcune considerazioni in merito a quel che è stato dichiarato. Riassunto delle cose dette: “Non abbiamo una pagina su Facebook ufficiale, poiché abbiamo paura di svilire i rapporti umani reali. Così come non intendiamo abilitare un sistema di streaming dei Consigli Comunali, perché il cittadino che abita più lontano dal comune dista solo pochi chilometri. Potrebbe benissimo raggiungere fisicamente il comune a piedi. Su queste cose, anche tra noi abbiamo opinioni contrastanti.

Vero. Peccato che una buona strategia digitale di una Pubblica Amministrazione non c’entri quasi nulla con delle osservazioni del genere. Disegnare politiche digitali, non significa domandarsi se aprire o meno una pagina Facebook. Per quanto ho potuto capire io, credo significhi avere la capacità di fotografare il tempo presente, per accorgersi, udite udite, che di esperienze multimediali la nostra quotidianità ne è intrisa incessantemente. A quel punto, si tratta di capire di che cosa una comunità avrebbe davvero bisogno, immaginando quali nuovi servizi possano rendere più facile vivere in paese, quali informazioni varrebbe la pena veicolare dentro la comunità e talvolta anche fuori, focalizzandosi sulle esigenze e non sugli strumenti tecnici che potrebbero prestarsi agli scopi. E qui sta il difficile, perché progettare col digitale significa essenzialmente pensare in digitale. Un po’ come l’inglese, verso cui non ci si riesce veramente a sciogliersi mentre lo si parla se non si smette di pensare a come tradurre un pensiero dall’italiano nella nuova lingua.

Bando alle ciance, passo alle mie considerazioni.

Esempi virtuosi. Pordenone ha una storia da raccontarci. Devo averlo detto da qualche parte (e sentito in questo intervento dell’On. Paolo Coppola): copiamo! Copiamo da chi ha pensato e provato a realizzare progetti che potrebbero rivelarsi utili anche a noi. E Pordenone un tentativo lo ha fatto. Lo hanno condotto persone di spessore: competenze, cultura e professionalità sono state messe a disposizione della collettività. Non mi pare sia stata un’esperienza puramente virtuale. Sergio, uno dei promotori di queste dinamiche, scrive: “[…] a tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza. È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.”

E allora ecco alcuni esempi, diversi per finalità e contenuti, di utilizzo del digitale per la collettività, dai quali magari potremmo prendere spunto:

  • Pieve di Cento (7000 abitanti) che ha aggregato dati, negozi, cultura, notizie e luoghi in un unico portale (mentre noi “abbiamo cercato la mailing list dei commercianti… ma non c’era. E allora? E allora niente, la frase è terminata così); (Il digitale per promuovere l’economia)
  • La lista del PD di San Vito al Tagliamento in vista delle prossime elezioni: una bella idea di sito, e, incredibile ma vero, producono anche infografiche;  (Il digitale per fare campagna elettorale)
  • Il Comune di San Giorgio Di Nogaro, un Comune su tanti fronti pioniere dell’Innovazione. Hanno attivato il Forum comunale “Sviluppo ed Innovazione” composto da persone con età inferiore ai 35 anni che sta lavorando sulla redazione di un’agenda digitale comunale. Sono il Comune (a quanto dice Insiel) che ha installato più hotspot con servizio FVGWiFi in regione. Nel 2014 hanno investito circa 15.000 euro in lavori di allacciamento in fibra ottica per collegare i luoghi pubblici più importanti del paese. Hanno realizzato un sistema telefonico generale in VoiP con un unico nuovo centralino e sostituendo tutti gli apparecchi telefonici del Municipio e di altre strutture. A fronte di questa azione, il risparmio previsto annualmente rispetto al passato si attesta in circa 7.000 euro annui.
  • Pordenone: Associazioni Online. Un unico portale che raccoglie e promuove eventi e informazioni circa tutte le associazioni del territorio;  (Il digitale per aggregare e non disperdere)
  • Nei comuni capoluogo dell’Emilia Romagna si è usata la tecnologia per favorire la mobilità dei disabili residenti;  (Il digitale per promuovere attività sociali)
  • L’Emilia Romagna che pubblica online numeri e informazioni sui terremoti; (Il digitale per fare formazione e per creare, in questo specifico caso, una memoria collettiva)
  • Il Comune di Rocca di Papa (16000 abitanti) che ha realizzato un portale dove mettere in rete i commercianti; (Il digitale che promuove l’economia locale)
  • Il Comune di Trieste, che ha investito moltissimo sulla promozione turistica attraverso l’online, con il progetto Discover Trieste; (Il digitale per promuovere il turismo)
  • Il Comune di Valvasone – Arzene, che è vero che non ha una pagina Facebook ufficiale, ma che attraverso il profilo personale del suo Sindaco, racconta quello che fanno e i risultati che ottengono; (Il digitale per mostrare orgogliosamente quello che si fa per la propria cittadinanza e per combattere la disinformazione che spesso regna sovrana)
  • Il Consiglio Regionale del Piemonte ha abilitato un canale di comunicazione unidirezionale con i propri cittadini usando Telegram;  (Qui siamo a un passo avanti, perché questa PA si fa pioniere di uno strumento nuovissimo, i BOT, piccoli risponditori automatici di Telegram o Facebook)
  • Il Comune di Prato che grazie al lavoro dal basso di un intraprendente Matteo Tempestini ha messo in piedi Pratosmart, che poi si è evoluto nel progetto Territori Open. Leggete i consigli per riempire di API la vostra città; (Il digitale come volano per processi di hacking civico).
  • Il Comune di Genova che ha istituito l’associazione Open Genova, la quale promuove attività e iniziative di carattere innovativo, così come Veneto Digitale, un’altra piazza di incontro (tanto virtuale quanto reale) per promuovere politiche digitali.
  • La tecnologia in generale va intesa come uno strumento per migliorarci la vita: un esempio su tutti è quello di un Comune spagnolo che ha progettato delle strisce pedonali luminose “salva pedoni”

Il digitale che distrugge contro il digitale che arricchisce. Percepisco ancora un’ostinata diffidenza nei confronti del digitale, che viene visto ancora come un qualcosa che se viene, viene per distruggere e sostituire. Non è così, credetemi: il digitale, che non è un fine ma un mezzo, serve ad aumentare la realtà tangibile di ogni giorno. Abbiamo bisogno di allargare la realtà e di renderla multisensoriale: non perché ce lo impone qualcuno, ma perché i sensi tradizionali è evidente che non ci bastano più, e che non sono più sufficienti a capire e ad affrontare la complessità che ci si pone davanti.  Non solo, il digitale è la piattaforma che abilita un sapere diffuso, che lo mette in rete per l’appunto. Come scrive il grande Piervincenzo Di TerlizziLa conoscenza condivisa è la chiave dell’identità di una comunità. 

Digitale vuol dire disponibilità dei dati. Argomento attualissimo, perché il Governo ha appena approvato il Freedom of Information Act (che qui è spiegato cos’è, mentre qui trovate il comunicato ufficiale del Ministro Madia). Nonostante sia ancora sicuramente un documento imperfetto e migliorabile, nonostante le critiche e le opposizioni, avere un Freedom of Information Act oggi, significa avere perlomeno un’idea della direzione che vorremmo prendere da qui ai prossimi anni. Una direzione fatta non dal proporre la partecipazione, ma dal garantirla, rendendo disponibili e facilmente reperibili ai cittadini dati e informazioni di carattere pubblico. (L’avete vista la Favola degli Open Data del Comune di Trento vero?)

Digitale vuol dire Comunicazione, soprattutto nella Pubblica Amministrazione. Una neonata “Agenzia di –” nel mio Comune ha di recente scritto un bel post sulla sua pagina Facebook. Ne riporto un estratto: “Non ci sentirete mai più elencare i nostri servizi, non qui, non in pubblico. Spesso, troppo spesso, ci si dimentica di raccontare la cosa più importante per chi fa comunicazione: la filosofia che c’è dietro ad un’azienda, un’agenzia o uno Studio, che dir si voglia. […] Preferiamo raccontarvi la nostra vita quotidiana, la nostra visione, le nostre scelte, la vera filosofia aziendale. […] Perché la comunicazione nasce sempre da una domanda, giusto?”. Da cittadino mi piacerebbe leggere cosa fa chi amministra il mio Comune. All’incontro sopracitato ho scoperto diverse cose di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Calvino, in un suo bellissimo libro, scriveva: “d’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Informazione è relazione: anche e soprattutto online. Probabilmente è colpa mia che, non sufficientemente informato, traggo delle considerazioni senza cognizione di causa. Ma onestamente faccio fatica a identificare il luogo dove – cittadini e amministratori assieme – potremmo confrontarci sul merito, con dati alla mano, documenti facilmente reperibili, case history da cui prendere spunto e archivi storici di quanto fatto. L’aver caricato un pdf su di un sito istituzionale che è tutto fuorché usabile, non è condizione sufficiente (talvolta nemmeno necessaria) a fare informazione e a favorire la partecipazione. “Eh ma sui siti è pieno di gente che fa disinformazione”, “eh, ma essere online è un rischio”, … eh ma. Esserci significa avere voglia di comunicare un messaggio, una filosofia, una visione, come scrivono i ragazzi di Pop Com. Il non esserci, personalmente mi fa dedurre che non ci sia nulla da comunicare, ragion per cui diverrebbe logicamente inutile utilizzare alcuni strumenti. Certo che non sia così, Internet va immaginato come una piazza, e i nostri device come finestre su quella piazza. Oggi ci incontriamo (anche) lì, su di un blog, su di un post su Facebook, su una notizia che leggiamo online e di cui discutiamo mentre andiamo al lavoro. E lì che oggi stanno la maggior parte delle comunità, ed è sempre lì che le comunità vanno plasmate, dapprima create e poi, con pazienza e impegno, costantemente monitorate, mantenute, fino a che non diventano capaci di camminare da sole. “La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci.”

Non è certamente facile concretizzare tutto ciò. Spesso, nelle considerazioni sopracitate, vanno affiancati percorsi di formazione adeguati. Ma a tal proposito mi metto a disposizione per progettare nuovi percorsi di formazione per i cittadini. Ho proposto un po’ di tempo fa di coinvolgere le scuole medie: i ragazzi si mettono a disposizione in orario extrascolastico per regalare un loro sapere innato (le loro competenze digitali), a persone con poca dimestichezza con la tecnologia. Per noi giovani dovrebbe essere questo una sorta di dovere morale, un segno di riconoscenza verso chi ci ha cresciuto. Lo abbiamo già fatto e ha funzionato, con estrema soddisfazione dei partecipanti. Formare i cittadini al digitale non è un compito dei tecnici, ma è una nuova sfida sociale, una vera e propria cura verso una serie di persone che sono oggi letteralmente emarginate. Che piaccia o no, la strada che ci si prospetta davanti è assolutamente inevitabile. Qualche tempo fa ci saremmo potuti trovare a discutere di come tutta questa tecnologia nascente cambierà il futuro. Oggi, in quel futuro che ci raccontavamo, ci siamo immersi. Discutere e confrontarsi resta ancora la pratica civile per migliorare una società, tuttavia, i tempi sono maturi per abbracciare un motto sempre valido: “Fare, o non fare. Non c’è provare“, come diceva un grande maestro.

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Matteo Troìa / 2019