Decine di ragazzi in veste di guide alle giornate del FAI

Pasolini_lato

Si concludono oggi le due giornate di primavera promosse dal Fondo Ambiente Italiano (FAI). Dopo avervi partecipato tra ieri ed oggi, provo a rielaborare gli appunti disordinati che mi sono segnato nel mio taccuino di viaggio. Durante questi due giorni, sono stati aperti i quattro luoghi più significativi per la vita del poeta e scrittore casarsese Pier Paolo Pasolini. A ciascuno di questi luoghi sono stati assegnati dei ragazzi provenienti dalle scuole medie e dalle scuole superiori della provincia; a loro il compito di fare da “ciceroni”: guide del luogo che presiedevano. Penso di raccogliere il consenso di tutti, nell’esprimere il mio stupore davanti alla bravura ed alla preparazione di questi ragazzi, capaci di divenire protagonisti di una storia che in quanto abitanti del posto, gli appartiene. Guardando questi ragazzi, ho avuto modo di riflettere su alcune cose. Di seguito proverò brevemente a riassumerle.

Un grosso merito di questa iniziativa, è stato quello di portare i ragazzi fuori dalla scuola, fuori dalle mura fisiche che ogni santo giorno li ospitano. Hanno avuto modo per ventiquattr’ore di prendere contatto con il mondo esterno e con un contesto reale, dove concretamene potevano mettersi alla prova, dimostrare delle loro capacità, misurarsi con i propri limiti e le proprie timidezze. Guardare le persone in visita in faccia, saper condurre un discorso, sapersi arrangiare da soli, sono tutte capacità che questo mestiere di cicerone ha stimolato nei ragazzi.

Il secondo merito di questa iniziativa va attribuito all’aver sì portato i ragazzi fuori da scuola, ma all’averli portati nel proprio paese. Dunque non ancora troppo vicino per sentirsi oppressi da cattedre e lavagne, ma nemmeno troppo lontani per sentirsi altrimenti spaesati ed impacciati. Il proprio paese. Il proprio paese che riacquista senso, riacquista valore. Finalmente ciascuno di quei ragazzi potrà essere orgoglioso del proprio paese, se ne sentirà parte (attiva), e saprà parlare del suo luogo di nascita ad uno straniero. Così la città riacquista quell’identità che finalmente può venire raccontata.

Ecco, appunto, raccontare. Il Social Media Team allestito appositamente per l’iniziativa ha fatto del “racconto” lo scopo del suo lavoro. Rubo un paio di frasi da un bellissimo articolo di Giuseppe Granieri:  “Noi non abitiamo la città, abitiamo il racconto della città. Un racconto di cui noi stessi, per primi, siamo coautori. Se continuiamo a raccontarci senza speranza, non costruiremo mai speranza.” In questi giorni abbiamo avuto la possibilità di ascoltare racconti di vario genere: da quelli inerenti Pasolini, a quelli più specifici del luogo in cui ci si trovava. Alla capacità che questa manifestazione ha avuto di “raccontare storie”, va il terzo merito di questa semplice classifica.

Vale la pensa citare ancora un paio di note positive.

Innanzitutto un plauso va fatto a quegl’insegnanti che per questa iniziativa si sono spesi, in tempo ed energie. A loro va il merito di aver organizzato i ragazzi e di aver dato loro la possibilità di seguire il percorso formativo per divenire guide. A questi insegnanti, che sicuramente si sono spesi oltre l’orario di lavoro previsto dal loro contratto, andrebbe fatto un ringraziamento per il bene che dimostrano di volere nei confronti dei loro ragazzi, offrendo loro opportunità di crescita e di autorealizzazione di sé.

Infine, mi fa piacere che questa iniziativa abbia dato una bella rispolverata alla figura di Pierpaolo Pasolini, proprio nel paese che ha profondamente influenzato l’esistenza dello scrittore. Un proverbio cinese sostiene che “muore solo chi viene dimenticato”. La bravura dei ragazzi nelle loro spiegazioni, le foto che sono state postate su Instagram sotto l’hashtag #pppcasarsa o #pasolini2014 il lavoro del Social Media Team, hanno contribuito a risvegliare la figura profondamente interessante di Pasolini. Tutto ciò ha contribuito a “non dimenticarlo”, a non dimenticarci di ciò che ha scritto, di ciò che ha detto, e in generale di ciò che la storia ci insegna.

Credo che questa esperienza ci abbia suggerito come riappropriarci pacificamente della nostra città, del nostro “posto nel mondo”, della nostra identità, del nostro sentirci importanti. Ci siamo riappropriati della bellezza dei nostri luoghi. Non solo. Ci ha insegnato anche quanta energia e vitalità possiedono gli abitanti di un paese. Forse, lo ripeto ancora una volta, nell’elenco delle risorse che un’amministrazione comunale qualsiasi possiede, andrebbe aggiunta la voce “persone”, al primo posto, davanti a quelle voci che, categoricamente, scarseggiano. Per contro, noi, dovremmo smettere di lamentarci e darci da fare.

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Matteo Troìa / 2019