Chi ci ferma a noi?

Parlerò di noi, “bamboccioni ancora alle prese con l’università e accasati, sotto il tetto di mamma e papà”.

Chi ci ferma, quando invece ci distinguiamo per doti che spiazzano e che non credevamo di avere, ma che però funzionano, eccome se funzionano. Progetti che si fanno sempre più grandi e sempre più concreti.

Chi ci ferma a noi, figli di una generazione che non ha del tutto fallito, ma che ha forse perso la passione per fare le cose prediligendo la cura al pressapochismo. Loro, che hanno perso la voglia di investire nella bellezza. Noi, che ci troviamo in mano un mondo brutto, grigio, spento. Non ci portiamo in eredità, la voglia di scegliere una salita faticosa piuttosto che una noiosa spianata.

Chi ferma la nostra creatività, la nostra energia, il potenziale che siamo capaci di trasformare in piccole grandi rivoluzioni. È sempre più bassa l’età in cui un ragazzino è in grado di fare qualcosa di utile per se stesso e per gli altri. Di storie di giovani(ssimi) capaci ce ne sono diverse. Nascono un sacco di menti brillanti in questo nostro Paese, e questo non lo dicono i grandi report statistici, lo confermano i ragazzi che vivono nei nostri paesini e che frequentano le nostre scuole. Ci faranno le scarpe le nuove generazioni, altroché. E hanno una capacità incredibile di trovare soluzioni ai problemi, cosa di cui abbiamo un gran bisogno. Basterebbe metterli all’opera. Basterebbe ricordarcene una volta in più. Basterebbe lasciare loro spazio.

A noi sapete cosa manca? Ci manca una “flebo di positività”. Propongo un ricovero di massa nell’ospedale a noi più vicino. Basta una notte. Così, fermi immobili, stesi su un letto col braccio teso e una pompata da litro di positività.Una scarica di buone notizie e di belle storie che siano in grado di consolarci da questa avvilente sceneggiata italiana.

Chi ci ferma a noi, che mentre da un lato il tasso di disoccupazione giovanile sale alle stelle, dall’altro siamo in molti ad esserci inventati un lavoro, così, dal nulla, fiutando un settore promettente e investendoci i pochi spiccioli delle nostre paghette o per i più fortunati anche un bel garage dismesso, che fa molto “sogno americano”. Ci siamo lanciati in avventure nuove, talvolta rischiando di farci sedurre dalle mode temporanee, ma lo abbiamo fatto con una voglia di costruire qualcosa che durasse anche quando la moda fosse passata. Perché noi del futuro non abbiamo paura, pur non negando che ci possa preoccupare. Futuro proviene da una declinazione del verbo essere. Ecco, diciamo che ci piace il futuro perché ci piacerebbe “essere”: qualcuno, qualcosa, anche semplicemente un trampolino di lancio per una buona idea, un valido aiuto ad una buona causa.

Chi ci ferma a noi: pizzaioli o camerieri, gelatai o baristi all’occorrenza, come sicuramente fecero i nostri predecessori. In questo non abbiamo certamente alcun merito. Ma oggi lo facciamo in una società che dovrebbe raccogliere qualche frutto disseminato dal progresso degli ultimi anni. Lo facciamo in una società in cui le possibilità dovrebbero essere maggiori di un tempo, e in fondo lo sono, ma non vengono valorizzate abbastanza. Allora proviamo a farci spazio da soli, con le nostre forze, tirando dritti sulle lungaggini della burocrazia e saltando a piè pari un sistema culturalmente arretrato. Penso ad alcuni ragazzi che ho avuto la fortuna di conoscere: giovani che hanno dimostrato capacità imprenditoriali incredibili, acquisendole sul campo e con lo studio, giovani che a venticinque anni ricoprono già ruoli importanti a livello nazionale e internazionale, giovani che hanno rubato buone pratiche dai paesi esteri che hanno visitato e che ora le stanno provando ad attuare qui, nonostante tutte le difficoltà, nonostante tutte le resistenze.

Siamo in un momento storico delle contrapposizioni: gli uffici contro i coworking, le donazioni tradizionali contro il crowdfunding, le aziende contro le startup, l’euro contro il bitcoin, ma anche e soprattutto, la vecchia politica e Matteo Renzi (il riferimento non è al partito che rappresenta, ma agli orizzonti a cui ha guardato), la Chiesa e Papa Francesco. Insomma, un conformismo di massa evidentemente comodo, contro lo scomodo tentativo di prendere le redini e guidare i giochi.

Il problema grosso di questo Paese è che stiamo vedendo due film diversi. Ci sono gli ostinati che fanno le cose “alla vecchia maniera”, contro un ecosistema che sta già correndo mille volte più veloce. Correre, per quanto vada oggi di moda per il proprio fitness, è ancora uno sport che non piace all’Italia. Correre naturalmente non per una grande accelerata da 100 metri, ma con l’idea di partecipare ad una lunga maratona, per cui la strada da fare è certamente lunga, ma il ritmo da sostenere dev’essere alto: misurato, distribuito, ma alto.

Chi ci ferma, se dopo aver saputo che il nostro amico è andato all’estero, ci prenotiamo un volo e andiamo a trovarlo. Poi arriviamo là e ci accorgiamo in meno di ventiquattro ore che provenivamo da un mondo totalmente diverso. Tuttavia la domanda da porci non è più “perché mai dovrei ritornare a casa?”, ma “perché mai non posso riproporre a casa mia quello che c’è qui?”.

Concludo questo lungo lungo sfogo con il più pacato “Elenco del Fare” di Renzo Piano, dove dice che i giovani “devono andare per capire com’è il resto del mondo ma anche per un’altra cosa ancora più importante, per capire se stessi, perché c’è un italianità che non è quella dell’orgoglio nazionale.”  

Bisogna andare per poi tornare. C’è ancora un’Italia incredibile che ha bisogno di noi. Neruda (o chi per lui), sosteneva che “la speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.”

Qui e ora.

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Matteo Troìa / 2019