Appunti sparsi per la scuola

1. lI “Progetto Scuole” del Governo

Ho avuto la fortuna di poter lavorare alla costruzione di “una (nuova) identità per la scuola italiana” nel Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio (che oggi si è trasformato nel nuovo Dipartimento per la Trasformazione Digitale).

Abbiamo costruito un modello di sito web per le scuole italiane, gratuito e a disposizione di tutti.

Detto così, sembrerebbe che un team di smanettoni abbia messo online qualche template in WordPress per rifare i siti delle scuole, e in effetti c’è anche questo… ma non è tutto.

Dietro ai template c’è molto di più: su tutto, la volontà di dare una nuova identità alla scuola italiana, come scrivono e raccontano in maniera magistrale Gianni Sinni e Alessandro Pollini su Medium.

Uno dei primi siti web realizzati con il kit delle scuole prodotto è quello del Liceo “Dal Piaz” di Feltre. Le decine e decine di voci di menù degli attuali siti scolastici sono state inglobate in quattro grandi aree: ScuolaServiziNovità e Didattica.

L’informazione ora segue un’architettura costruita ad hoc per la scuola, a cui abbiamo dedicato diversi mesi di lavoro, dopo un lungo percorso di studio e di progettazione partecipata assieme al mondo scolastico.

A questo progetto hanno lavorato designer, sviluppatori, genitori, docenti e studenti.

1. lI “Progetto Scuole” del Governo

Ho avuto la fortuna di poter lavorare alla costruzione di “una (nuova) identità per la scuola italiana” nel Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio (che oggi si è trasformato nel nuovo Dipartimento per la Trasformazione Digitale).

Abbiamo costruito un modello di sito web per le scuole italiane, gratuito e a disposizione di tutti.

Detto così, sembrerebbe che un team di smanettoniabbia messo online qualche template in WordPress per rifare i siti delle scuole, e in effetti c’è anche questo… ma non è tutto.

Dietro ai template c’è molto di più: su tutto, la volontà di dare una nuova identità alla scuola italiana, come scrivono e raccontano in maniera magistrale Gianni Sinni e Alessandro Pollini su Medium.

Uno dei primi siti web realizzati con il kit delle scuole prodotto è quello del Liceo “Dal Piaz” di Feltre. Le decine e decine di voci di menù degli attuali siti scolastici sono state inglobate in quattro grandi aree: ScuolaServiziNovità e Didattica.

L’informazione ora segue un’architettura costruita ad hoc per la scuola, a cui abbiamo dedicato diversi mesi di lavoro, dopo un lungo percorso di studio e di progettazione partecipata assieme al mondo scolastico.

A questo progetto hanno lavorato designer, sviluppatori, genitori, docenti e studenti.Un’identità per la scuola italianaIl design per un modello web delle scuolemedium.com

2. Il “lavoro sporco” da fare a scuola

Per rendere tangibile la scuola digitale di cui tutti parlano però, c’è bisogno di fare un po’ di “lavoro sporco”. Credo sia quello di cui la scuola abbia più bisogno.

Il modello di sito web per le scuole italiane è un modello ben fatto, completo, ordinato, efficace, capace addirittura di evolvere sulla base dei suggerimenti e delle richieste che emergono dai suoi utilizzatori. Tuttavia la sua adozione ha bisogno di essere accompagnata, per diverso tempo, nei vari istituti scolastici del nostro Paese.

Vanno individuate delle risorse e delle modalità per guidare le scuole a prendere confidenza col modello, così da formare persone in grado di saperci mettere le mani rispetto a tutte le sue numerose funzionalità.

Questo è un esempio, ma in generale ci sono un sacco di cose pratiche che andrebbero fatte in ogni scuola.

Insegniamo anzitutto agli insegnanti a muoversi agevolmente tra dispositivi diversi: si fa presto a dire tablet-smatphone-computer come se fossero un tutt’uno, quando alcuni software girano solo su tablet, alcuni solo su computer Windows, alcuni solo su Mac. Alcune esperienze digitali è bene farle dal computer, altre da tablet, altre ancora da smartphone.

Alcune esperienze digitali sarebbe bello poterle cominciare su smartphone, da casa, per poi continuarle dai computer o dai tablet della scuola.

Ogni volta che un’esperienza di apprendimento o di insegnamento si blocca a causa di un account che non abbiamo, di un portale a cui non abbiamo accesso, di una connessione che cade, di un device obsoleto o inadatto, di un microfono che non sappiamo di avere, di un’icona per ingrandire che non troviamo (e avanti di questo passo), ecco che subentra la frustrazione, lo scoraggiamento, la rinuncia e l’abbandono.

First of all: facciamo in modo di diventare consapevoli di cosa si può fare e dove, mappando le attività, i software, i portali, le app, gli strumenti, nei coretti dispositivi. Dopodiché esercitiamoci a risolvere tutti quei piccoli ma rognosi problemi quotidiani che spesso rendono inefficace la scuola digitale: imparando a dotarci degli account che servono realmente, imparando a “riparare” una connessione che può saltare, imparando che al netto dell’app che utilizzeremo per le nostre video lezioni la logica di funzionamento di base è sempre la stessa.

Poi tutto il resto, tipo prendere atto che il 33,8% delle famiglie non ha un computer o un tablet in casa, e quindi decidere, come mi sembra si stia facendo, di finanziare iniziative volte a distribuire hardware (e non solo) alle realtà bisognose.Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazziNel periodo 2018-2019, il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa, la quota scende al 14,3% tra le…www.istat.it

La comunità educanti, invece, dovrebbero cominciare ad intavolare un discorso serio su quanto la tecnologia stia esaltando le differenze anziché appianarle.

Ci esaltiamo tanto perché nelle chat virtuali ci sono quasi tutti. Quasi.” Scrive Valentina Petri sul Fatto Quotidiano. “E chi manca? Non i più disinteressati. I più deboli.”

Una riflessione su questi temi è urgente, a patto di non scadere nella superficiale demonizzazione di questi strumenti, individuando viceversa le strategie più idonee a rendere il digitale alla portata di tutti.Blog | Scuole chiuse, ora si fa sul serio ma c’è un problema (che non è la didattica a distanza) …di Valentina Petri* E quindi da adesso si fa sul serio. All’inizio siamo rimasti un po’ disorientati, lo ammettiamo. E’…www.ilfattoquotidiano.it

3. Fare sistema

Oggi più che mai ci riscopriamo connessi.

Bill Gates, qualche giorno fa ha rilasciato un’intervista in cui sostiene che le pandemie ci ricordano che l’aiuto reciproco non è soltanto giusto e doveroso, ma anche una scelta intelligente. Perché l’umanità intera non è semplicemente interconnessa da valori comuni e da legami sociali: siamo interdipendenti anche biologicamente, collegati tra di noi da una rete microscopica di germi per la quale la salute di un individuo dipende dalla salute di tutti gli altri. Ci ritroviamo tutti uniti da questa pandemia. E uniti dovremo combatterla.

Le azioni quotidiane fatte assieme quindi, non sono soltanto giuste e doverose, ma sono anche la cosa più intelligente da fare.

Su questo vi invito a leggere Paolo Giovine, che nel suo “Scuole chiuse, che fare?” in tempi non sospetti ci indicava alcuni semplici ma importanti punti chiave.Scuole chiuse, che fare?Questa mattina le chat dei genitori sono in fibrillazione: “non riesco a collegarmi con il registro elettronico”, “non…medium.com

Evidentemente, scrive Paolo, se dovessimo tenere le scuole chiuse per molte settimane qualcosa andrà fatto: immaginare che insegnanti ignari di qualsiasi tecnologia possano all’improvviso usarla, e bene, pare difficile. Anche perché verrebbe fatto in assenza di qualsiasi metodologia e controllo: non ci sono prassi predefinite, non ci sono regole, non c’è un minimo di coordinamento (neppure a livello locale: questo è il paese dei decreti e delle circolari, ma qualcuno che si faccia carico di una sintesi non c’è quasi mai, e se c’è è tipicamente destinato al sacrificio).

La sintesi è importante molto più dei singoli fattori, per quanto alcuni di questi singoli fattori indiscutibilmente rappresentino delle eccellenze per il nostro Paese.

Non credo che la scuola italiana abbia bisogno di essere messa a sistema affinché il più forte aiuti il più debole (che resta importante sempre e comunque), ma affinché si possano connettere piccoli o grandi corpi luminosi che assieme potrebbero dar vita a delle nuove costellazioni.

È l’asse del nostro orizzonte che cambia: dalla verticalità del “io sono avanti, aspetta che ti mostro quel che sono, quel che faccio, come la faccio, quanto va veloce la mia rete…”, all’orizzontalità del “io sono forte in questo e te lo metto a disposizione. Tu? In cosa eccelli? Condividiamo ciò che ciascuno di noi può e sa fare.” La convivenza diventa in questo senso necessaria, perché gli altri possono essere per noi giganti in altri modi e mondi.

La scuola (e non solo la scuola) è uno spazio a forma di stivale fatta di eccellenze e di intelligenze distribuite, di studenti brillanti che faranno strada e di insegnanti illuminati che a quegli studenti fanno luce.

Ma non basta la buona volontà e l’intraprendenza dei singoli: il loro potenziale va messo a sistema.

4. Dal valore del sistema al valore del singolo

Entrare in un sistema non è facile. Non è scontato. Occorre cambiare radicalmente la propria forma mentis, poiché una rete aumenta di valore quanto più i singoli nodi aumentano il valore che immettono nella rete.

Ma aumentare il proprio valore in relazione ad un insieme significa anzitutto fidarsi dell’insieme. Significa cedere alla rete conoscenza, esperienze, know how, valori, testimonianze, tutorial, best practice, fallimenti ed errori, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

Come scrive Sergio Maistrello in un suo articolo del 2015 che ha ricondiviso qualche giorno fa su Facebook: “Internet (…) è più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli.”

Ci sentiamo protetti se collocati in un sistema che pensa a noi, ma siamo pronti a cedere un po’ di noi stessi al sistema?Le narrazioni globali delle piccole città – Sergio MaistrelloAn english version of this post is available on Medium. Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito…www.sergiomaistrello.it

5. Il progresso tecnologico e il progresso dell’umanità

L’epidemia che stiamo attraversando inevitabilmente ci spinge ad interrogarci sul futuro della scuola e anche sul nostro. Proveniamo da un ventennio nel quale ci è stato più volte ripetuto che il progresso tecnologico avrebbe assicurato il benessere delle nostre vite.

In parte è indubbiamente vero: potremmo fare decine di esempi reali che testimoniano come questo trovi riscontro nella nostra quotidianità. Da un altro punto di vista però, il progresso tecnologico da solo evidentemente non basta. Almeno per ora.

Non sarà una qualsivoglia forma di intelligenza artificiale a debellare l’epidemia che stiamo affrontando, ma una nuova, incredibile, affascinante forma di intelligenza umana.

David Maria Turoldo sosteneva che “il progresso non è inventare macchine, possedere tutte le tecniche della Terra, sbarcare sulla Luna (…), il progresso è crescere in umanità”.

6. Il futuro della scuola, e di tutti noi

Sul futuro ha scritto molto meglio di me Luca De Biase, in un articolo recente intitolato “Futuro”.FuturoIl futuro è la conseguenza di ciò che viene fatto e immaginato nel presente, nel quadro di ciò che il passato ha reso…www.treccani.it

Forse, scrive Luca, si può dire che in Occidente e in Oriente una concezione convergente del futuro si faccia strada, in un contesto nel quale una serie di crisi sempre più profonde e sorprendenti non cessa di mettere in discussione ogni certezza: il progresso non è più l’ineluttabile linea del miglioramento tecnologico della vita umana, ma una vicenda tutta da definire, nel quadro di una complessità di dinamiche, valoriali, economiche, sociali, culturali, organizzative, politiche, ecologiche, che coevolvono. Creando le nicchie ambientali alle quali si adattano le società fino a quando qualche mutazione culturale o biologica non crea nuove condizioni evolutive.

Da qualche mese ad oggi è accaduto proprio questo: una mutazione biologica ha creato delle nuove condizioni evolutive e ha fatto crollare drammaticamente gran parte delle nostre certezze e delle nostre previsioni.

Che fare, allora?

Imparare dalla storia, sostiene De Biase, che non è la scienza che si occupa del passato, ma la disciplina che indaga sul tempo, rispettandone la complessità. Da essa, dobbiamo imparare un approccio pragmaticamente teso a discernere, nell’immensità dei fenomeni, quelli che hanno una valenza strategica, strutturale, durevole, sostenibile, cioè quelli che contengono un portato di conseguenze più importante.

Bene parlare di scuola digitale. Meglio ancora se anziché parlarne la facciamo, costruendola ogni giorno. Ma non sarà sufficiente senza interrogarci rispetto ad una sorta di “dimensione ideale”:

Cosa scegliamo di prendere per buono nell’immensità dei fenomeni che stiamo attraversando?

Quali progetti, quali idee avranno una valenza strategica?

Cosa ci sembra possa davvero servire agli studenti?

Cosa ci sembra possa davvero durare anche quando questo momento passerà?

Che scuola vogliamo diventare? Quali valori vogliamo preservare?

7. Proteggiamo le parole in via di estinzione, e impariamo da esse

Proteggiamo le parole che usiamo ogni giorno. Prendiamoci del tempo per rifletterci sopra. Interroghiamoci su come alcune parole, a causa dell’epidemia, stanno cambiando.

La musica che ascoltavamo solo pochi mesi fa ha cambiato ritmo: risintonizzarsi non sarà facile. Sta cambiando il ritmo e quindi il tempo, di vivere e di fare scuola.

Occorrerà mappare le note scandite dalle parole ormai desuete, negli spartiti scritti dalle parole nuove.

Leggete “Per dopo” di Piervincenzo Di Terlizzi.Per dopoPiervincenzo Di Terlizzi La lista delle parole chiave che le scuole italiane usano, in queste ultime settimane, è, come…www.edscuola.eu

8. Seguite il prof. Giannitrapani

Ascoltate “Messaggio a reti unificate dalla mia grotta a studenti e studentesse” del prof. Riccardo Giannitrapani (e comunque seguitelo, ovunque: sul suo blogsu Twitter e su YouTube).

Qualsiasi cosa io scriva rispetto a questo appunto numero 8 è superflua. Seguitelo e basta. Seguitelo e capirete.

9. In mare aperto

Non è facile immaginare come sarà il futuro della scuola, quello dei prossimi dodici mesi e del prossimo anno scolastico. Anzi, per ora non è proprio possibile.

Quel che conta, forse, è intercettare il buono che questo periodo ci sta mostrando. Scorgere le occasioni e le opportunità sarà fondamentale per riuscire a superare con successo questa fase drammatica della storia.

Sicuramente ne uscirà solo chi sarà disposto a farsi cambiare: dal nuovo, dalle occasioni, dalle opportunità. Questo vale per chi lavora nella scuola ma anche per ciascuno di noi.

Se cambiare è difficile, farlo in questo momento di tempesta e di incertezza lo è ancora di più. La scuola si trova oggi ad un bivio gigantesco. Scegliere quale strada imboccare stabilirà in maniera irreversibile il tipo di scuola che avrà il nostro Paese nei prossimi decenni.

Come suggerisce Alessandro Baricco, è tempo di abbandonare le logiche intellettuali novecentesche per abbracciare una nuova forma di intelligenza: dinamica, reattiva e veloce.

È, come scrive, il momento dell’audacia.Virus: è arrivato il momento dell’audacia.Undici cose che ho capito su questo momentomedium.com

Su questo deve lavorare la scuola, a patto che trovi l’audacia di navigare in mezzo alla tempesta. Nei porti c’è il colera, e quindi rimarremo in mare aperto tutto l’anno.

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Matteo Troìa / 2019